A.C.A.B.

  Celerino figlio di puttana, celerino figlio di puttana…”, è questo il ritornello che il regista Stefano Sollima sin dalle prime scene del film ha deciso che debba risuonare nelle orecchie dei suoi spettatori. Un coro da stadio, da manifestazione o più semplicemente l’espressione di dissenso di chi non riconosce questo pezzo di Stato; un motivetto semplice e diretto dietro il quale si delinea subito la grande spaccatura tra chi se ne serve per dissentire e chi invece ne ha fatto un modo di essere.

Questa trasposizione filmica dell’omonimo romanzo di Carlo Bonini, è un’ amalgama di odio, violenza, repressione e frustrazione, riscontrabili in un “sistema Italia” fallimentare in cui istituzioni politiche e reparti di Stato abusano della loro posizione per perpetrare gravi atti di violenza fisica e pscicologica. Il regista scava a fondo nel mondo della celere e di questo reparto operativo, impegnato per la tutela dell’ordine pubblico, Sollima stringe sui quattro celerini protagonisti: Cobra, Mazinga, Negro e Adriano, i quali vivono un perenne conflitto tra vita pubblica e privata dove i rispettivi problemi familiari e frustrazioni si ripercuotono in maniera rovinosa sul loro operato di poliziotti. Cobra è un solitario, un nostalgico fascista che rimpiange i tempi che furono, un duro che in nome di un ideale scarica la sua rabbia quando indossa la divisa. Mazinga è il “nonno” del gruppo, un mentore per i suoi compagni nonché fratelli, ma è ripudiato sia come poliziotto sia come padre dal giovane figlio skinhead con il quale è perennemente in conflitto. Negro vive un situazione di forte disagio familiare, separato dalla moglie non può vedere più la figlia a cui è fortemente legato. Adriano è la giovane recluta appena uscito dal corso d’addestramento che ha scelto il reparto soltanto perché si guadagna bene. Diverse storie legate tra loro da una divisa, perché come dice Cobra: «un celerino da solo non vale niente, c’ha senso solo se fa parte di un gruppo».

Il film ripercorre alcune delle pagine nere della recente storia italiana ed è un attacco diretto e poco celato ad un sistema squadrista della polizia e ad una classe dirigente di destra che punta ad accaparrarsi voti facendo leva sull’insofferenza dei sui elettori. Ed ecco emergere di volta in volta i fantasmi del passato: gli scontri di Genova del 2001 e la “macelleria messicana” alla Diaz, l’uccisione di Gabriele Sandri, gli scontri allo stadio e la morte dell’ispettore Raciti. Tasselli di un unico puzzle tenuto insieme da un distintivo e un manganello. Chiaro risulta anche il riferimento alla campagna elettorale di Alemanno, attuale sindaco di Roma che fece della sicurezza pubblica il suo cavallo di battaglia appellandosi ad un atavico sentimento di italianità ben poco tollerante nei confronti dell’immigrato. Inevitabile è l’innescarsi di un meccanismo a due elementi in cui lo Stato è il cervello e la celere è il braccio, elementi in simbiosi e sempre presenti quando l’uno ha bisogno dell’altro (l’assoluzione di Cobra è l’esempio pieno del concetto).

Un film potente, di quelli che forse non ci si aspetterebbe in Italia. Un attacco alla nostra società e al nostro italian-style, dove alla fine lo spettatore dopo due ore di film non è in grado di fare la solita distinzione tra bene e male, tra buoni e cattivi, perché nel film di Sollima non esiste il bene.

Il ritmo del film è molto serrato, grazie anche a un montaggio dinamico che fa della relazione causa-effetto (sempre immediata) il suo punto di forza. Molto oculata è stata anche la scelta delle musiche, dure e in alcuni casi “sporche” e a tal proposito degna di nota è la scena di preparazione iniziale dei celerini, quando sulle note di Seven Nation Army, l’uomo diventa una sorta di super-uomo/eroe nell’atto della vestizione, armandosi e cingendosi in indumenti o divise che denotano il suo status…proprio come succede in Rambo II.

Il cinema di Sollima è un cinema senza peli sulla lingua, che non ha paura di raccontare, un cinema basato molto sulla caratterizzazione dei propri personaggi, come già ci aveva abituato con la serie televisiva Romanzo criminale, un modus-operandi che in definitiva ci restituisce speranza per il cinema italiano.

di Dino Santoro

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Categorie: Riflessioni e recensioni | 1 commento

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Un pensiero su “A.C.A.B.

  1. gianfranco

    Recensione ottima e ben scritta. Colpisce proprio dove il film vuole colpire. Giusto o sbagliato e bene o male in questo film sono interscambiabili e spesso lo spettatore non sa da che parte stare. Bel film per essere un film italiano.

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