Archivi del mese: febbraio 2012

Dall’immaginazione alla realtà: il piano A

Un artista crea dal nulla dando vita e sembianze alle proprie idee; è questo che lo distingue dal semplice visionario. Nella complessa macchina del cinema c’è chi plasma un soggetto conferendogli quella concretezza e quella coerenza che lo trasformeranno in un film. Un prodotto cinematografico è tale se è corale, ma c’è sempre qualcuno a dirigere. Il regista è, infatti, la guida e il punto di riferimento per chiunque durante la realizzazione di un film; dal modo in cui concepisce la sceneggiatura e i personaggi si delinea la storia mentre le inquadrature della macchina da presa sono lo specchio delle sue visioni.

Immaginare, essere coscienti delle proprie qualità, non temere il giudizio altrui: sono solo alcuni dei consigli che il regista Andrea Rovetta ci ha dato durante il quarto week end di Ciak Basilicata. Grazie al prof. di regia abbiamo imparato a visualizzare e a raccontare le nostre storie arricchendole di volta in volta di dettagli. Ed è così che da semplici barzellette sono nati dei piccoli storyboard, vere e proprie premesse al cammino dell’immaginazione verso la realtà.

I registi sono sognatori o i sogni aiutano a diventare registi?

di Silvia Natella

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A.C.A.B.

  Celerino figlio di puttana, celerino figlio di puttana…”, è questo il ritornello che il regista Stefano Sollima sin dalle prime scene del film ha deciso che debba risuonare nelle orecchie dei suoi spettatori. Un coro da stadio, da manifestazione o più semplicemente l’espressione di dissenso di chi non riconosce questo pezzo di Stato; un motivetto semplice e diretto dietro il quale si delinea subito la grande spaccatura tra chi se ne serve per dissentire e chi invece ne ha fatto un modo di essere.

Questa trasposizione filmica dell’omonimo romanzo di Carlo Bonini, è un’ amalgama di odio, violenza, repressione e frustrazione, riscontrabili in un “sistema Italia” fallimentare in cui istituzioni politiche e reparti di Stato abusano della loro posizione per perpetrare gravi atti di violenza fisica e pscicologica. Il regista scava a fondo nel mondo della celere e di questo reparto operativo, impegnato per la tutela dell’ordine pubblico, Sollima stringe sui quattro celerini protagonisti: Cobra, Mazinga, Negro e Adriano, i quali vivono un perenne conflitto tra vita pubblica e privata dove i rispettivi problemi familiari e frustrazioni si ripercuotono in maniera rovinosa sul loro operato di poliziotti. Cobra è un solitario, un nostalgico fascista che rimpiange i tempi che furono, un duro che in nome di un ideale scarica la sua rabbia quando indossa la divisa. Mazinga è il “nonno” del gruppo, un mentore per i suoi compagni nonché fratelli, ma è ripudiato sia come poliziotto sia come padre dal giovane figlio skinhead con il quale è perennemente in conflitto. Negro vive un situazione di forte disagio familiare, separato dalla moglie non può vedere più la figlia a cui è fortemente legato. Adriano è la giovane recluta appena uscito dal corso d’addestramento che ha scelto il reparto soltanto perché si guadagna bene. Diverse storie legate tra loro da una divisa, perché come dice Cobra: «un celerino da solo non vale niente, c’ha senso solo se fa parte di un gruppo».

Il film ripercorre alcune delle pagine nere della recente storia italiana ed è un attacco diretto e poco celato ad un sistema squadrista della polizia e ad una classe dirigente di destra che punta ad accaparrarsi voti facendo leva sull’insofferenza dei sui elettori. Ed ecco emergere di volta in volta i fantasmi del passato: gli scontri di Genova del 2001 e la “macelleria messicana” alla Diaz, l’uccisione di Gabriele Sandri, gli scontri allo stadio e la morte dell’ispettore Raciti. Tasselli di un unico puzzle tenuto insieme da un distintivo e un manganello. Chiaro risulta anche il riferimento alla campagna elettorale di Alemanno, attuale sindaco di Roma che fece della sicurezza pubblica il suo cavallo di battaglia appellandosi ad un atavico sentimento di italianità ben poco tollerante nei confronti dell’immigrato. Inevitabile è l’innescarsi di un meccanismo a due elementi in cui lo Stato è il cervello e la celere è il braccio, elementi in simbiosi e sempre presenti quando l’uno ha bisogno dell’altro (l’assoluzione di Cobra è l’esempio pieno del concetto).

Un film potente, di quelli che forse non ci si aspetterebbe in Italia. Un attacco alla nostra società e al nostro italian-style, dove alla fine lo spettatore dopo due ore di film non è in grado di fare la solita distinzione tra bene e male, tra buoni e cattivi, perché nel film di Sollima non esiste il bene.

Il ritmo del film è molto serrato, grazie anche a un montaggio dinamico che fa della relazione causa-effetto (sempre immediata) il suo punto di forza. Molto oculata è stata anche la scelta delle musiche, dure e in alcuni casi “sporche” e a tal proposito degna di nota è la scena di preparazione iniziale dei celerini, quando sulle note di Seven Nation Army, l’uomo diventa una sorta di super-uomo/eroe nell’atto della vestizione, armandosi e cingendosi in indumenti o divise che denotano il suo status…proprio come succede in Rambo II.

Il cinema di Sollima è un cinema senza peli sulla lingua, che non ha paura di raccontare, un cinema basato molto sulla caratterizzazione dei propri personaggi, come già ci aveva abituato con la serie televisiva Romanzo criminale, un modus-operandi che in definitiva ci restituisce speranza per il cinema italiano.

di Dino Santoro

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Click Basilicata

Un’immagine può comunicare più di tante parole, allargare orizzonti conoscitivi, suscitare emozioni. E guardare attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica può sorprendere, incuriosire, iniettare la voglia di scoprire e andare oltre perché la realtà è diversa sotto la lente di ingrandimento e perché gli occhi da soli si abituano.

La lezione di Massimo Franchi, direttore di fotografia e docente presso l’Istituto “Roberto Rossellini” di Roma, ha spinto noi ragazzi di Ciak Basilicata a misurarci con quest’arte e a capirne l’importanza nel cinema. Il terzo week end del progetto, interamente dedicato alla fotografia, ha instillato in noi, giovani filmmakers, il desiderio di catturare la realtà adottando un punto di vista ogni volta differente. Basta un click per fermare il tempo, cogliere prospettive e sfumature e incorniciare sprazzi di vista. L’inquadratura diventa la porzione della realtà che vogliamo raccontare e la luce il filtro per darle spessore e identità.

Durante il fine settimana siamo andati in cerca di storie, di volti, di colori. La macchina fotografica ha immortalato panorami inediti e memorizzato dettagli altrimenti anonimi diventando così il prolungamento del nostro occhio.

Ogni scatto affinava la nostra capacità di osservazione e diventava il tentativo di trasformare in arte quello che vedevamo.

L’incontro con Massimo Franchi ci ha portati anche a confrontarci con le tecniche e gli strumenti offrendoci una prima e importante panoramica sul mondo e le figure professionali dietro la macchina da presa perché la fotografia è intuizione e passione, ma anche studio e dedizione.

di Silvia Natella

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